DAVID DI MARCO poeta  

Benvenuti nel mio sito.

POESIE

         

SORELLA

 (da Nervose Presenze)


VILLE LUMIERE

 (da Nervose Presenze)


La città tranquilla, siede

in mezzo ai viventi.

Le mura, quiete degli abitanti

fin troppo rintanati.

 

Innegabile, è lei;

le fiaccole, verdi del picchetto,

acciai ricamati, i confetti avana;

l’aria trova e spira a passo d’uomo.

 

Cosa, meglio d’una fortezza,

un atrio che non pretende chi sei,

accasa scortese e segnala l’arrivo da miglia.

Il freddo che spia, meraviglioso!

 

Intenso ne fiorisce sbiadito,

dai posti pronti, parallele a stradine,

gemelle, ognuna breve, titolata

per vaso, nome per numero.

 

Crepa volontà, morte saliente

vizi cura, tranne dormire;

rarefatto implora zincato

dal retro di un’ode caduca!

 

Pretendo, come le candele,

versare un pianto caldo

e cementare un rivo

quasi perfetto,

 

per meglio aggiogare,

influssi dispersi,

il culto liso del maio,

al secolo tetano.

 


PENNA

Anche stasera, generosa e pennuta

con l’acqua nera fino al collo,

ne ha liberata un poco per difendersi.

Inquina le coste di un papiro,

lascia un segno ai posteri

come una fievole ignominia.

Una parola depressa,

il fratello sostantivo la sorregge,

scavalca l’oblio

e cade in quella vocale tonda.

Quando dice non torna mai indietro,

orgogliosa come lo sbadiglio di un boa.

Appena in tempo per proibire a una bionda

l’ultima volontà.

Meglio un biglietto d’amore da spigoli bagnati.

Nera come un marchio a fuoco,

chi ha bisogno di lei è un escluso

da firme importanti.

L’inietto come un antibiotico

Anche se l’effetto breve

non attacca i pensieri terminali.

 


LE CENE

(da Nervose Presenze)


Son più care le cene di mezz’estate

quando il sole, ultimo semifreddo, splende in tavola.

 

Leggeri arnesi stridono, macchie a strafogo

crinano schemi e portamento.

 

Scavar cocci, fregi peccati, manovre d’archeologo.

Nel roteo scudo di lingue glissate,

 

divorar solitudine, prologo medesimo

quest’orgia gustosa, orgasmo e bontà.

 

Capaci a pregare purché l’acido sia clemente.

Eternamente intasati dal male, vividi.

 

Spiazzata la bocca, molle la fibbia,

Dea pigrizia empie e preserva,

 

i tacchi lerci d’una nausea

che fionda e rifionda l’eruzione.

 


I LAMPIONI

(da Nervose Presenze)

Quali energie assatanate, dalla notte magmatica

abbronzano l’esile linea dei maggiordomi immortali?

Al giorno che infuma, per un viale accecato

sbucano fedeli, sospesi confessori novelli.

 

Calano arance alla veglia turchese;

intrusi apparenti ingobbati, mitezza dei singoli,

bisbigliano ai disperati - “Siam lucciole illibate,

pantera, messia sparsi di stellone”.-

 

Irti villini al passo, l’alouette

rapisce d’argilla sfusa. Tenebra sfigurata

hai creato geni e vampe,

turbe feroci di mannari padri.

 

Amanti innocui, gondolieri perfetti,

direste al mondo che i vili non godono paura nera.

Eppure il giorno, schianta il suo richiamo;

la notte, una galleria a viso aperto.


 

 

  

Suora è la luna.

Il volto sabbioso,

bacio la calma

come servo del ramadan.

 

Le colline in miniatura

cui spicca il bel lenzuolo,

hanno un campo illuminato

dove alcuno mente.

 

Crea spazio al nero coatto.

Al varco, rinfresca le retine.

Vigile e granchio:

coreo pulsare nel fuoco bianco.

 

L’intuito ha degnato,

di posare lo sforzo

e animare l’Impero

ai bordi dell’incredulo.

IL NERVOSO

(da Nervose Presenze)

Avanza compatto, come un fulmine di errori.

Cinico e risoluto degno di giustizia,

la calotta rossa di formiche salde

discepoli del nervoso in testa alla follia.

 

E i pensieri allineati, compressi esperti

sparuti nel fiele, stormi proiettili

ambasciatori su steli deserti

cercatori profumati da incarto.

 

La rivolta accompagna il grido

degli incavi, al muscolo in fiore,

contagio corporeo di sequoia nata.

 

Sa il cuore alle pareti fini,

danza dei criceti, irrazionale

il sangue scotta tremulo.

 

Ai tendini scossi l’ultimo appello.

Marte ferito pentiti;

finché avrai note stabili

finché feroce custodisca fraterno.